Ieri sera all’Auditorium Arvedi non si è assistito a un semplice concerto, ma a una vera rinascita sonora: il violoncello “Stauffer ex Cristiani”, plasmato da Stradivari nel 1700, è tornato a vibrare dopo un restauro accuratissimo. A ridargli fiato e corpo è stato Paolo Tedesco, giovane interprete capace di lasciar parlare lo strumento più che di piegarlo a sé.
La prima parte, affidata allo Stauffer Cello Quartet, Giada Moretti (Levaggi 2009), Davide Cellacchi (Pistoni 1985), Christiana Coppola (Voltini 1994) e Mattia Midrio (Toto 2006), ha avuto il sapore di un prologo: quattro archi contemporanei, costruiti da maestri liutai di oggi (vincitori del Concorso Triennale di Liuteria), hanno dialogato in una trama che sapeva di architettura sonora. Nei brani eseguiti si sono ascoltati chiaroscuri degni della pittura barocca, trasparenze che evocavano Ravel e pulsazioni ritmiche vicine al minimalismo di Reich. Il suono collettivo, denso e compatto, ha creato un’atmosfera di attesa, come un sipario che si apre lentamente.
Poi il palcoscenico si è svuotato e l’aria è cambiata: lo Stradivari ha preso il centro della scena. Nelle mani di Tedesco il timbro dello strumento si è rivelato come un prisma, capace di rifrangere la luce musicale in mille direzioni. Nei movimenti bachiani scelti per l’occasione, il violoncello ha restituito una gamma di risonanze che andava dall’intimità quasi sussurrata a una forza scultorea, sempre limpida e vibrante.
Il salto al Novecento con la Sonata di Ysaÿe ha messo in evidenza un altro volto dello Stradivari: non più reliquia storica, ma materia viva, reattiva a ogni inflessione dinamica. Tedesco ha condotto l’ascoltatore da regioni di lirismo sospeso a territori di tensione aspra e virtuosismo incandescente, senza mai cadere nella mera esibizione tecnica.
Ma questo evento non è stato solo musica: è stato anche memoria. La serata, intitolata “Violoncelli per Charles Beare”, ha voluto omaggiare una figura fondamentale per la liuteria internazionale, capace di connettere Cremona con il mondo e di riconoscere nel suono degli strumenti antichi non solo un patrimonio da preservare, ma un’eredità da far vivere.
Il pubblico ha colto l’essenziale: non una celebrazione formale, ma un atto di ascolto collettivo. Non c’era retorica, ma un dialogo diretto tra legno antico e orecchie contemporanee. Un’esperienza che ha mostrato quanto, a tre secoli di distanza, il genio liutario di Cremona sappia ancora parlare con voce sorprendentemente attuale.

