Il Mascarpone Solidale di MILK ETS: un progetto che unisce gusto, territorio e responsabilità sociale

Il mascarpone “cremoso come una volta” torna a Pandino e Crema come protagonista di una delle iniziative più significative del territorio cremasco: una campagna solidale che trasforma un prodotto simbolo della tradizione locale in un sostegno concreto ai progetti educativi e culturali di MILK ETS.
Un gesto semplice, alla portata di tutti, che mette in circolo qualità, solidarietà e senso di comunità.

Un prodotto autentico, frutto della rete del territorio

Alla base dell’iniziativa c’è un prodotto artigianale realizzato secondo metodi tradizionali. Il mascarpone viene infatti preparato dal Caseificio del Cigno, realtà storica del Cremasco che rappresenta una garanzia di qualità nella trasformazione del latte.

Accanto a questa eccellenza casearia, contribuiscono al progetto altre realtà del territorio:

Questa rete di imprese testimonia come il comparto agroalimentare cremasco possa diventare un vero alleato nella costruzione di percorsi sociali e culturali.


Come partecipare all’iniziativa

Le prenotazioni con pagamento potranno essere effettuate:

  • Sabato 13 dicembre a Pandino, in via Umberto I° 74, dalle 15 alle 18;
  • Domenica 14 dicembre a Crema, in piazza Duomo dalle 9.00-12.00 e dalle 15.00 alle 18.00

Il ritiro del mascarpone è previsto nei giorni:

  • Sabato 20 dicembre a Pandino, in via Circonvallazione C 8, dalle 9 alle 12 e dalle 15 alle 17:30
  • Domenica 21 dicembre a Crema, in piazza Duomo dalle 9.00-12.00 e dalle 15.00 alle 18.00

Con una donazione di 10 euro, ogni partecipante riceverà 500 grammi di mascarpone artigianale.

Per informazioni è possibile contattare:
Natan – 388 3924117
info@milk-ets.it


Un sostegno concreto ai progetti di MILK ETS

Il ricavato dell’iniziativa sarà destinato a finanziare attività che rappresentano il cuore della missione di MILK ETS:

  • Borse di studio per studenti del territorio;
  • Laboratori di educazione alimentare e sostenibilità, ideati per incrementare la consapevolezza nelle scuole e nelle famiglie;
  • Iniziative culturali e sociali, volte a rafforzare la partecipazione comunitaria, il dialogo tra generazioni e l’inclusione.

Si tratta di progetti che negli anni hanno permesso a MILK ETS di consolidarsi come un punto di riferimento nella promozione culturale e nella sensibilizzazione ambientale.

Il loro contributo permette a MILK ETS di ampliare l’impatto delle attività e offrire continuità ai progetti educativi, culturali e ambientali.


Un progetto che coinvolge e restituisce:

“Mascarpone Solidale – Cremoso come una volta” non è una semplice raccolta fondi. È un rito comunitario che ogni anno rinnova il legame tra cittadini, imprese, territori e associazioni.
È un invito a sostenere iniziative capaci di generare benessere collettivo, preservando al contempo la memoria gastronomica e rurale della nostra area.

Un acquisto che unisce piacere e responsabilità, trasformando un prodotto simbolo in uno strumento concreto di crescita e solidarietà.

La Zanzara Show accende Cremona: Cruciani e Parenzo sul palco dell’Infinity 1

Cremona ha ospitato una serata fuori dagli schemi con La Zanzara Show, la versione live del celebre programma di Radio24 condotto da Giuseppe Cruciani e David Parenzo. Il teatro Infinity 1 era pieno, con un pubblico pronto a vivere dal vivo l’irriverenza che caratterizza una delle trasmissioni più ascoltate e discusse d’Italia.

Un’ora di ritardo, ma l’energia non si spegne

Lo spettacolo è iniziato con circa un’ora di ritardo a causa di problemi con il volo di Parenzo. Un imprevisto accolto con pazienza, complice la certezza che – una volta sul palco – la coppia avrebbe trasformato anche l’attesa in materiale da racconto. E così è stato: da subito lo show ha preso ritmo, confermando la capacità dei due conduttori di catturare l’attenzione con il loro stile diretto e senza filtri.

Satira, provocazione e ritmo da diretta: La Zanzara funziona anche dal vivo

Sul palco Cruciani e Parenzo hanno ricreato l’atmosfera del programma: botta e risposta serrati, battute, improvvisazione e quella dose di sfrontatezza che ha reso La Zanzara un fenomeno mediatico. Dal commento all’attualità ai racconti dietro le quinte, tutto è scivolato come in una puntata radiofonica amplificata dalla presenza del pubblico.

A sorpresa – o forse no – è arrivato anche Davide Lacerenza, figura nota e spesso discussa, già patron della Gintoneria di Milano. La sua presenza ha aggiunto ulteriore imprevedibilità, con interventi e aneddoti che hanno acceso la platea.

Il Trittico di San Nicola: un capolavoro rinascimentale nel cuore di Cremona

Il 6 dicembre, giorno dedicato a San Nicola, offre l’occasione ideale per riscoprire uno dei tesori più raffinati della scultura rinascimentale cremonese: il Trittico di San Nicola, realizzato nel 1495 dagli scultori Tommaso Amici e Mirabila del Mazo. Un’opera che unisce eleganza formale, profondità simbolica e un forte legame con l’identità spirituale della città.

Un capolavoro del 1495

Il trittico, scolpito in marmo bianco e oggi perfettamente conservato, si distingue per la sua struttura armoniosa e per la qualità esecutiva dei rilievi. Al centro della composizione campeggia San Nicola di Bari, rappresentato in veste episcopale, con il pastorale stretto nella mano e un’espressione che coniuga fermezza e benevolenza. La centralità di questa figura riflette l’importanza della sua devozione nel tardo Quattrocento, un culto diffuso in tutta Europa e fortemente radicato anche nel territorio cremonese.

San Damiano e San Omobono: due presenze cariche di significato

Accanto a San Nicola si trovano due santi profondamente connessi alla storia locale:

  • San Damiano, medico e martire, è raffigurato con gli strumenti del suo servizio e rappresenta la cura, la competenza e un ideale di solidarietà concreta.
  • San Omobono, patrono di Cremona, appare nella sua iconografia più tradizionale: il mercante che offre ai poveri, simbolo di carità vissuta e di un impegno etico radicato nel quotidiano.

Queste due figure, collocate ai lati del vescovo di Bari, trasformano il trittico in una sorta di “manifesto spirituale” della comunità cremonese del tardo Rinascimento, in cui la protezione dei santi convive con l’esempio civico e morale.

La cimasa: Cristo sul sepolcro

A coronamento del trittico, nella parte superiore, trova posto il rilievo del Cristo sul sepolcro. L’immagine, intensa e meditativa, aggiunge una dimensione teologica profonda alla composizione: un richiamo alla sofferenza redentrice e alla speranza della risurrezione, temi centrali nella spiritualità dell’epoca.

Un’opera che racconta Cremona

Oltre al valore artistico, il Trittico di San Nicola è un documento prezioso della storia della città: testimonia il gusto rinascimentale cremonese, la perizia dei suoi scultori e il sistema di relazioni tra committenze religiose, artigianato locale e cultura visuale del tempo. Visitare quest’opera significa compiere un viaggio nella sensibilità del XV secolo e riconoscere, nelle pietre scolpite, la continuità di una memoria condivisa.

Perché riscoprirlo oggi

In un momento in cui il patrimonio storico diventa strumento di identità e di promozione culturale, il Trittico di San Nicola rappresenta un esempio emblematico di quanto Cremona custodisca oltre la liuteria: un insieme di opere, simboli e storie che meritano di essere valorizzati e raccontati. Ritornare davanti a questo trittico significa riscoprire una bellezza che non ha perso intensità, capace ancora oggi di parlare al visitatore con sorprendente freschezza.

Politeama: un capitolo che si chiude, uno che potrebbe finalmente aprirsi

Dopo anni di incertezze, attese e tentativi rimasti sospesi, per il Politeama di Cremona sembra essere arrivato il momento decisivo: la vendita.
Il Tribunale di Lodi ha infatti dato il via all’iter che porterà alla pubblicazione del bando d’asta, attesa nei prossimi giorni. L’assegnazione dovrebbe avvenire entro fine gennaio, sia nel caso arrivino rilanci, sia nel caso in cui l’immobile venga aggiudicato al prezzo minimo già garantito da un imprenditore cremonese che ha presentato un’offerta vincolante.

Sul nome dell’interessato e sulla cifra proposta, al momento, vige la massima riservatezza. Ma un dato è certo: il Politeama passerà di mano, entrando in una nuova fase della sua storia recente—una storia complessa, fatta di trasformazioni, mutilazioni e occasioni mancate.


Dallo splendore alla frammentazione

Inaugurato nel Novecento come teatro capace di rivaleggiare con il Ponchielli, il Politeama fu per decenni un luogo simbolo della vita culturale cremonese. Chiuso nel 1969, rimanse in un limbo fino al 1990, quando un importante intervento immobiliare ne cambiò radicalmente la struttura.
Il progetto trasformò gran parte dell’edificio in appartamenti, lasciando sopravvivere una sala da circa 400 posti, ma sacrificando gallerie, parte del foyer e la profondità originaria del palcoscenico.

Quel restyling, nato per evitare il completo abbandono, ha però lasciato un edificio che oggi si trova a metà del guado: non più un vero teatro, ma nemmeno un immobile pienamente funzionale alle esigenze di spettacolo, eventi o cultura. Una struttura preziosa, ma amputata.


Il nodo principale: cosa diventerà?

L’assegnazione dell’immobile non risolverà da sola la questione più importante: quale sarà il destino del Politeama?

Solo con la presentazione del progetto del futuro acquirente sarà possibile capire se questo edificio potrà tornare a essere un luogo culturale oppure se continuerà a vivere in una condizione ibrida.

Le ipotesi, realisticamente, possono essere diverse:

1. Un nuovo spazio culturale multifunzionale

L’idea più suggestiva, ma anche la più complessa dal punto di vista economico e strutturale.
Rendere il Politeama uno spazio polivalente — cinema, sala conferenze, piccola sala teatrale, centro eventi — sarebbe un investimento strategico per Cremona, città che avrebbe bisogno di un luogo più flessibile accanto al prestigioso, ma impegnativo, Ponchielli.

2. Una sala per musica e creatività giovanile

In una città candidata a Capitale Italiana della Cultura 2029, dotarsi di uno spazio dedicato a laboratori, arti performative, musica contemporanea e incontri divulgativi darebbe un forte segnale di apertura.
Anche perché oggi, a Cremona, manca un punto di riferimento per questo tipo di attività.

3. Un riutilizzo commerciale o privato

È l’ipotesi più semplice e, per certi aspetti, la più temuta.
L’investitore potrebbe trasformare lo spazio in una sala commerciale, un luogo per eventi privati o un ambiente da mettere a reddito. Si tratterebbe di un’opzione legittima, ma sicuramente meno allineata alle aspettative di chi vede nel Politeama un pezzo di identità cittadina da restituire alla comunità.


Un’occasione da non perdere per Cremona

Al di là delle incertezze, la vendita del Politeama rappresenta anche una straordinaria opportunità.
Cremona sta vivendo un momento di fermento culturale: candidature, festival, nuove rassegne, restauri e valorizzazioni. Ripensare il Politeama oggi significherebbe inserire un tassello fondamentale in una visione più ampia di città.

Perché, a differenza di molti momenti del passato, oggi esistono:

  • un pubblico più attento e coinvolto
  • un ecosistema culturale più ricco
  • una crescente necessità di spazi contemporanei
  • una vocazione turistica in espansione

E soprattutto, esiste la consapevolezza che la cultura non è un ornamento: è un motore economico.


Una scelta che richiederà coraggio e visione

La storia recente del Politeama è un monito: quando manca una visione, gli edifici culturali si svuotano, si spezzano, si perdono.
Ora serve che il nuovo proprietario — insieme alle istituzioni e alla città — abbia la capacità di immaginare qualcosa che vada oltre il semplice recupero edilizio.

Perché il Politeama non è solo un immobile.
È una domanda aperta su che tipo di città voglia essere Cremona.

E ogni risposta possibile passerà da lì:
da quelle pareti, da quella sala rimasta orfana, da un luogo in attesa di ritrovare un senso.

La Stauffer inaugura una nuova stagione musicale a Cremona

Con Armonia d’inverno prende ufficialmente il via la nuova edizione de I Concerti della Stauffer, la rassegna con cui l’Accademia Stauffer porta sul palco dell’Auditorium Giovanni Arvedi del Museo del Violino i propri giovani musicisti affiancati dai Maestri di fama internazionale. Un progetto che unisce formazione avanzata, ricerca artistica e pratica concertistica, diventando uno degli appuntamenti più significativi della vita musicale cittadina.

Il primo concerto, in programma il 13 dicembre alle ore 20.30, vede protagonista lo Stauffer String Ensemble diretto da Roman Simovic, impegnato anche nel ruolo di violino solista. Il programma abbraccia tre universi musicali differenti: il Concerto Brandeburghese n. 3 di Johann Sebastian Bach, la Serenata per archi di Pëtr Čajkovskij e le Cuatro Estaciones Porteñas di Astor Piazzolla.
Una scelta che evidenzia subito la cifra della rassegna: attraversare epoche, stili e linguaggi per offrire ai giovani musicisti un’esperienza formativa completa e al pubblico un ascolto ricco di sfumature.


L’identità dei Concerti della Stauffer

La rassegna conferma una delle caratteristiche centrali dell’Accademia: far procedere formazione e produzione artistica in parallelo. Suonare accanto ai Maestri non è un semplice privilegio, ma parte integrante del percorso di perfezionamento dei giovani musicisti, chiamati a confrontarsi con:

  • il podio,
  • i colleghi accanto al leggìo,
  • lo spazio acustico dell’Auditorium,
  • il pubblico,
  • la responsabilità artistica condivisa.

Ogni concerto è il risultato di un lavoro che unisce metodi didattici diversi, tradizioni interpretative lontane, esperienze internazionali e sensibilità musicali differenti. La Stauffer si conferma così un laboratorio di ricerca e innovazione, aperto ai linguaggi del passato ma anche ai repertori della contemporaneità.


Un percorso musicale che attraversa secoli e idee

La rassegna costruisce un itinerario coerente: si parte dal mondo classico e barocco del concerto inaugurale, per arrivare alle forme più moderne e sperimentali della musica del Novecento e contemporanea.
La stagione si chiude infatti con Kurtág100, un tributo al grande compositore ungherese nel centenario della nascita, realizzato in collaborazione con l’Ensemble intercontemporain — già protagonista del progetto Boulez100 negli anni scorsi.

Nel corso dei mesi, la programmazione offre un ampio spettro di esperienze musicali:

  • dialoghi fra Bach e Weinberg con Mario Brunello e il gruppo dei giovani violoncellisti Stauffer (5 e 6 marzo);
  • un appuntamento cameristico con Andrea Lucchesini, il Quartetto di Genova e il Quartetto Quazar dedicato ai quintetti di Brahms e Šostakovič (15 aprile);
  • Metamorphosen di Richard Strauss diretta da Kolja Blacher, con Joël Geniet al violoncello (24 aprile);
  • il tradizionale Omaggio a Cremona con Salvatore Accardo, Bruno Giuranna e gli allievi dell’Accademia (8 maggio);
  • un programma dedicato al contrappunto da Bach a Pärt diretto da Jean-Cristophe Spinosi (7 luglio);
  • il già citato tributo a György Kurtág, insieme a musiche di Ligeti e Gubaidulina, che conclude la stagione il 10 luglio.

Una linea curatoriale che mostra chiaramente la volontà della Stauffer di proporre concerti capaci di mettere in dialogo passato e presente, tecnica e creatività, studio e palcoscenico.


Un progetto aperto alla città

Tutti gli appuntamenti della rassegna sono a ingresso gratuito, con prenotazione obbligatoria tramite Eventbrite. La gratuità degli spettacoli rientra nella missione dell’Accademia: rendere la musica d’arte accessibile, valorizzare il ruolo degli allievi e creare un rapporto diretto con il pubblico.

L’appuntamento del 13 dicembre inaugura dunque non solo una stagione musicale, ma la continuità di un progetto che fa della formazione d’eccellenza uno degli elementi di identità della città di Cremona.


Programma completo e prenotazioni

Il calendario integrale della stagione e le prenotazioni sono disponibili qui:
👉 https://www.eventbrite.com/cc/i-concerti-della-stauffer-4086313

Armonia d'inverno
Bach ~ Weinberg ¦ La giusta distanza I
Bach ~ Weinberg ¦ La giusta distanza II
Un pianoforte per due quartetti
Metamorfosi d'archi
Omaggio a Cremona
Contrappunti
Kurtág100

La Madonna che veglia su Persico

Ci sono immagini che, più di altre, riescono a raccontare da sole la storia di un territorio.
A Persico, piccolo centro della campagna cremonese, questo ruolo è affidato alla statua della Madonna che svetta al di sopra del campanile della chiesa parrocchiale, osservando dall’alto case, campi e strade come una presenza silenziosa e costante.

Chi arriva da lontano la nota subito: una figura bianca, slanciata, che emerge fra le linee orizzontali della pianura e sembra volerla benedire tutta. Ma qual è il significato di questa immagine? Perché proprio lì, a quell’altezza, come una sentinella spirituale?

Un gesto di protezione che attraversa i secoli

La tradizione cristiana lega la presenza della Madonna sulle sommità campanili, cupole, alture all’idea della protezione dall’alto.
È un’immagine che parla di affidamento: la comunità, piccola o grande che sia, si pone sotto lo sguardo benevolo della Vergine, chiedendo protezione per le case, i raccolti, i viandanti, le generazioni future.

A Persico questa simbologia diventa particolarmente eloquente. Il paese non si sviluppa attorno a un centro monumentale, come accade nelle grandi città, ma affonda le sue radici negli spazi aperti della campagna cremonese. Qui, più ancora che altrove, lo sguardo della Madonna sembra dialogare direttamente con i campi, accompagnando le stagioni agricole, il lavoro e il ritmo antico della terra.

Un punto di riferimento nella geografia del paese

La statua, collocata in posizione elevata, non è soltanto un elemento decorativo: diventa un punto cardinale, una presenza che orienta.
Chi rientra a Persico la riconosce da lontano: la Madonna è lì, immobile ma non inerte, testimone silente delle trasformazioni del territorio.

In un paesaggio dove prevale la linea bassa dell’orizzonte, la verticalità del campanile e della figura mariana assume un valore visivo e simbolico ancora più forte: emerge, indica, custodisce.

Iconografia e significato spirituale

La statua rappresenta la Madonna in un atteggiamento di preghiera e intercessione:

  • le mani congiunte,
  • lo sguardo rivolto verso il basso,
  • il mantello che scende morbido,
  • la corona che ne sottolinea la regalità spirituale.

Sono elementi iconografici tipici della tradizione mariana, che qui si caricano di un significato specifico: la Vergine non domina dall’alto come un’immagine distante, ma appare rivolta proprio verso il paese, come se il suo sguardo fosse intenzionalmente diretto agli abitanti.

Questa postura trasmette un messaggio preciso: una presenza vicina, premurosa, non giudicante ma materna.

La devozione di una comunità

Non è raro che i persichesi raccontino aneddoti legati alla statua: chi la vede come simbolo di protezione nei momenti difficili, chi la associa ai ricordi dell’infanzia, chi semplicemente la percepisce come parte del paesaggio quotidiano, tanto familiare da non immaginare il paese senza di lei.

La statua non è soltanto un’opera d’arte o un elemento architettonico: è diventata un frammento identitario.
Una presenza che unisce, riconcilia e rassicura.

Uno sguardo dal cielo che racconta un territorio

Le riprese aeree permettono oggi di cogliere un aspetto che a terra non si percepisce: la Madonna non guarda soltanto Persico, ma l’intera pianura cremonese che le si apre davanti.
Campi, cascine, corsi d’acqua, strade che si incrociano: tutto sembra disposto ai suoi piedi come in un antico affresco rurale.

Da lassù, la figura mariana appare come un ponte tra terra e cielo, tra storia e contemporaneità, tra fede e memoria collettiva.

Un simbolo che continua a parlare

In un tempo in cui tutto scorre velocemente, la statua della Madonna di Persico rappresenta un gesto di continuità.
Ricorda che anche i piccoli paesi custodiscono patrimoni simbolici profondi; che la bellezza non è solo nei monumenti celebri, ma anche in segni semplici e potenti; che la cultura di un territorio si legge nei suoi luoghi, nei suoi riti e nelle sue immagini.

Persico, con la sua Madonna che vigila dall’alto, ne è una testimonianza limpida.

“Inutile, caotico ma necessario”: nasce a Cremona il fenomeno Balera Punk

Un locale pieno, chitarre che ruggiscono, voci che si intrecciano e un’energia che non si compra: si vive. È questo lo spirito di Balera Punk, il format musicale che sta accendendo la scena underground cremonese e che, nel giro di pochi mesi, ha già conquistato un pubblico affezionato e in crescita costante.

Nato da un’idea di Mike Rosà e di un collettivo di volontari provenienti dall’ambiente punk, alternative rock e underground, Balera Punk porta nei locali che lo ospitano un’esperienza unica: un mix spontaneo di convivialità all’italiana e ribellione punk, un’ode alla libertà individuale e alla musica suonata dal vivo.


Le origini del nome e del progetto

«Il nome Balera Punk nasce come gioco», racconta Mike Rosà, ideatore e anima del format. «La balera richiama il ballo popolare, ma nel nostro caso il ballo è il pogo. Volevamo riportare quella convivialità, quella sensazione di serata italiana d’altri tempi, unita all’energia grezza del punk.»

Il format è itinerante e si costruisce insieme ai locali che scelgono di ospitarlo. Il collettivo supporta le serate sia sul piano tecnico-musicale sia attraverso una gestione social attiva e curata, diventando un vero e proprio partner del locale.


Un collettivo di “cani sciolti”

Dietro Balera Punk non c’è un’associazione formale, ma un gruppo di amici con un tratto comune: la libertà.
«Prima non eravamo neanche una compagnia fissa» continua Rosà. «Ci unisce un’attitudine indipendente, un po’ ribelle, che non sa stare dentro ai meccanismi imposti. Balera Punk ci rispecchia: è un format che promuove l’individualità e l’originalità.»

Il cuore dell’iniziativa è infatti l’underground: una realtà che non riempie piazze, ma conquista le persone una alla volta. «Il punk smuove l’individuo: questo è il suo valore.»


Perché farlo oggi

In un’epoca in cui molti eventi nascono senza passione, Balera Punk sceglie una strada diversa.
«Organizziamo per altruismo, per il genere, per la scena, per chi si fa chilometri solo per esserci» afferma Rosà. «Da Trento, Genova, Parma… abbiamo incontrato persone vere, che ci ricordano perché vale la pena continuare.»

È per questo che Rosà definisce Balera Punk in tre parole: inutile, caotico, ma necessario. Necessario perché offre un luogo autentico in cui ritrovarsi, riconoscersi e appartenere.


Il pubblico: libero, eterogeneo, allergico ai cliché

Il pubblico della Balera Punk è vario, sebbene oggi tocchi soprattutto la fascia 30–50 anni: generazioni cresciute con le sonorità del punk e dell’alternative rock.
Molti arrivano da soli, mossi da curiosità o desiderio di libertà. «Sono persone indipendenti, non trascinate dalle mode. E proprio questa loro autenticità ci spinge a portare avanti il progetto.»


Una funzione sociale mascherata da concerto

Balera Punk è anche un’alternativa culturale e sociale: un antidoto alla routine della movida delle piccole città.
«Vogliamo accendere una scintilla. Magari qualcuno, dopo una nostra serata, decide di comprarsi un disco o di tornare a suonare. Per noi questo è sociale: far nascere passione.»

Il collettivo guarda anche oltre: nuove collaborazioni e progetti condivisi con il Comune e con i locali sono già in preparazione.


Il sogno

Pur restando fedele al motto “No Future”, Rosà ammette un desiderio personale: che Balera Punk possa diventare, per qualcuno, ciò che anni fa fu per lui il collettivo degli “Amici di Roby”, che gli restituì spirito, voglia di vivere e senso di appartenenza.

«Se un giorno qualcuno dirà che Balera Punk gli ha cambiato qualcosa dentro, come è successo a me, allora il sogno sarà realizzato.»


Prossimi appuntamenti

Il format continua la sua collaborazione con il locale NoName (ex Median), portando a Cremona, ogni mese, musica vera, indipendente e sudata.

Good Cellas conquista la Sala Maffei

La Sala Maffei ha ospitato ieri il concerto “Good Cellas”, appuntamento promosso dalla Fondazione Casa Stradivari nell’ambito della residenza artistica che ha portato a Cremona il violoncellista Jean-Guihen Queyras insieme a undici giovani musicisti della Hochschule für Musik di Friburgo.
A rendere la serata particolarmente significativa è stata la presenza del violoncello Stradivari “Kaiser” del 1707, strumento storico di proprietà del Canimex Group del Québec, tornato in città per la prima volta dalla sua realizzazione e affidato temporaneamente a Queyras.

Il programma ha proposto un percorso eterogeneo, con musiche di Dowland, Monteverdi, Britten, Bruckner, Verdi e Puccini, costruito su un’idea di continuità timbrica più che su un approccio virtuosistico. L’ensemble ha lavorato con un suono compatto e controllato, privilegiando precisione e ascolto reciproco. Queyras ha guidato il gruppo con una direzione discreta, concentrata sull’equilibrio delle voci e sulla definizione del colore sonoro.

Un contributo importante alla fruizione del concerto è arrivato da Francesco Tamburini, unico italiano dell’ensemble, che ha introdotto ciascun brano con spiegazioni concise e puntuali, fornendo al pubblico un orientamento utile senza interferire con il flusso della serata.

Nel corso del concerto, un momento particolarmente intenso è stato offerto dall’interpretazione di “Chant du ménestrel” (Il canto del menestrello) di Aleksandr Glazunov. Queyras ha proposto la linea melodica con un fraseggio ampio e controllato, restituendo al brano una dimensione lirica che ha trovato risalto nella timbrica definita del “Kaiser”. La fusione tra la voce dello strumento e la sensibilità interpretativa del musicista ha creato un’atmosfera di notevole coinvolgimento emotivo, percepita chiaramente dal pubblico in sala.

Il concerto concludeva una settimana di attività che comprendeva anche una masterclass aperta al pubblico, parte integrante del progetto di residenza. Gli undici giovani violoncellisti, già allievi di Queyras a Friburgo, hanno potuto confrontarsi con un lavoro approfondito su repertorio e tecnica, offrendo a studenti, cittadini e curiosi l’occasione di osservare da vicino il processo formativo.

La serata conferma la linea culturale intrapresa dalla Fondazione Casa Stradivari, che continua a coniugare alta formazione, divulgazione e proposte artistiche di valore. Un appuntamento sobrio, ben costruito e rispettoso della tradizione liutaria cremonese, amplificato dal ritorno in città di un violoncello che, dopo più di tre secoli, ha ritrovato il luogo in cui è nato.

Pandino, tradizione e innovazione si incontrano: il Castello ospita il convegno “I formaggi a latte crudo. Difficoltà produttive e opportunità”

Venerdì 28 novembre 2025, dalle ore 14.30 alle 17.00, nella suggestiva Sala Banchetti del Castello di Pandino (CR), si terrà il convegno I formaggi a latte crudo: difficoltà produttive e opportunità, un appuntamento che riunirà il mondo della ricerca, delle istituzioni e della produzione casearia attorno a uno dei temi più significativi per l’agroalimentare italiano: la salvaguardia della tradizione e la sua convivenza con l’innovazione tecnica e la sicurezza alimentare. L’iniziativa è promossa da Asso Casearia Pandino in collaborazione con la Scuola Casearia di Pandino, il Comune di Pandino, con il sostegno promozionale dell’associazione culturale VisitCremona, che contribuisce alla valorizzazione del territorio e del suo patrimonio enogastronomico.

La produzione di formaggi a latte crudo rappresenta un punto d’incontro tra storia e scienza, tra identità locale e cultura alimentare. In un contesto produttivo in cui l’omologazione tende a livellare gusti e metodi, il latte crudo restituisce la complessità e la ricchezza del territorio, grazie a una flora batterica naturale che ne definisce gli odori, i sapori e la consistenza. È il risultato di una conoscenza tramandata nel tempo, fatta di gesti sapienti e di un legame profondo tra allevatori, casari e ambiente. Ogni forma racconta la storia di chi la produce, del pascolo e del clima da cui proviene, rappresentando così una testimonianza viva della biodiversità lattiero-casearia italiana.

Al tempo stesso, però, la lavorazione del latte crudo richiede una grande attenzione tecnica e una continua ricerca dell’equilibrio tra qualità e sicurezza. Gli interventi previsti durante il convegno offriranno una panoramica completa su questi aspetti: dalla gestione dei microrganismi patogeni alle nuove frontiere della microbiologia applicata, dagli aggiornamenti normativi alle innovazioni tecnologiche che permettono di conciliare autenticità e controllo. Tra i relatori sono attesi esperti del CNR di Milano, della Regione Lombardia, di Mérieux NutriSciences, Chr. Hansen (Novonesis), SACCO System, Christeyns – Food Hygiene Division e della Scuola Casearia di Pandino, a conferma del carattere multidisciplinare dell’iniziativa.

L’incontro offrirà anche un momento di riflessione sulla necessità di coniugare la formazione delle nuove generazioni con le esigenze del mondo produttivo. La Scuola Casearia di Pandino, con la sua lunga tradizione didattica, rappresenta un punto di riferimento nella trasmissione di saperi tecnici e culturali legati al latte e ai suoi derivati. Nel corso del convegno si parlerà del ruolo della formazione come garanzia di continuità e qualità, in un settore dove l’artigianalità deve sempre più dialogare con la competenza scientifica.

Il territorio cremonese, storicamente legato alla produzione lattiero-casearia, offre lo scenario ideale per un’iniziativa di questo tipo. Pandino, con la sua scuola, le aziende del comparto e il tessuto agricolo circostante, incarna un modello produttivo in cui la filiera corta, la tracciabilità e la valorizzazione del saper fare locale si uniscono a una costante apertura verso la ricerca e la sperimentazione. Questo equilibrio tra tradizione e innovazione è oggi la chiave per mantenere competitività e credibilità sul mercato, soprattutto per quelle produzioni che vogliono preservare la loro identità senza rinunciare ai più elevati standard di sicurezza.

Il convegno “I formaggi a latte crudo: difficoltà produttive e opportunità” sarà quindi non solo un momento di aggiornamento tecnico, ma anche un’occasione di confronto tra chi, ogni giorno, lavora per mantenere viva una tradizione millenaria rendendola attuale e sostenibile. Al termine dei lavori, i partecipanti saranno invitati a un rinfresco conviviale, occasione per proseguire il dialogo in un clima informale e di scambio.

Sant’Omobono: storia, tradizione e identità di Cremona

Il 13 novembre la città celebra il suo patrono tra fede, memoria e comunità

Ogni anno, il 13 novembre, Cremona dedica una giornata speciale a Sant’Omobono, suo patrono e figura profondamente radicata nella storia e nella coscienza della città.
Una ricorrenza che unisce fede, tradizione e vita civile, trasformando il centro storico in un luogo di ritrovo, devozione e condivisione.


Chi era Sant’Omobono?

Omobono Tucenghi nacque a Cremona nella seconda metà del XII secolo. Mercante di professione, è ricordato per la sua straordinaria generosità e il suo impegno verso i più poveri.
In un’epoca segnata da disuguaglianze sociali, Omobono seppe distinguersi per la sua vita semplice, per le opere di carità concreta e per un profondo senso di giustizia.

La tradizione racconta che tutto ciò che guadagnava, lo destinava ai bisognosi: vedove, orfani, pellegrini, ammalati.
La sua figura divenne così amata dal popolo che, alla sua morte nel 1197, fu canonizzato da Papa Innocenzo III nel giro di pochi mesi — un fatto raro e significativo.


Un patrono vicino alla città

Sant’Omobono non è un simbolo lontano o astratto: rappresenta valori semplici e attuali.
La solidarietà, l’attenzione agli altri, l’impegno verso la comunità: elementi che hanno contribuito a rendere questa ricorrenza uno dei momenti più sentiti della vita cittadina.

Ogni anno, Cremona rinnova questo legame con una celebrazione che coinvolge chiese, istituzioni e cittadini.
Un’occasione per ricordare un uomo che ha incarnato con naturalezza ciò che oggi definiremmo un bene comune.


La festa oggi: tra fede, tradizioni e atmosfera cittadina

Il giorno di Sant’Omobono porta con sé un fascino particolare.
Il centro storico si anima con:

  • celebrazioni liturgiche dedicate al Santo
  • momenti comunitari
  • mercatini e iniziative nelle vie principali (Festa del Torrone)
  • famiglie e visitatori che approfittano dell’atmosfera

Non si tratta solo di una festa religiosa, ma di un appuntamento che permette di riscoprire Cremona attraverso un’atmosfera calda, accogliente e profondamente legata alla sua storia.


Luoghi simbolo di Sant’Omobono

Tra gli spazi più legati alla sua figura, spicca la Chiesa di Sant’Omobono, un piccolo gioiello architettonico che custodisce memorie, arte e devozione.
Nei suoi dipinti e nelle sue forme è racchiusa la storia di una città che, nei secoli, ha continuato a riconoscersi nei valori del suo patrono.

Passeggiare nel quartiere circostante durante questa giornata significa vivere un frammento autentico della tradizione cremonese.


Una festa che parla ancora al presente

La figura di Sant’Omobono è sorprendentemente attuale.
In un mondo rapido e complesso, la sua eredità invita a riscoprire la cura, la vicinanza e l’importanza dei piccoli gesti quotidiani.

Cremona, celebrando il suo patrono, non guarda soltanto al passato: rinnova un messaggio universale di solidarietà che continua a unire la comunità.

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