Giovanni Bottesini, il genio del contrabbasso tra Crema e Cremona

Oggi si celebra l’anniversario della nascita di Giovanni Bottesini (1821–1889), figura centrale della musica dell’Ottocento e protagonista assoluto nella storia del contrabbasso. Nato a Crema, Bottesini è legato in modo profondo al territorio cremonese, che ne ha accolto la formazione, l’attività artistica e l’eredità culturale.

Virtuoso straordinario, compositore raffinato e direttore d’orchestra di fama internazionale, Bottesini ha rivoluzionato il ruolo del contrabbasso, trasformandolo da strumento prevalentemente d’accompagnamento a voce solistica capace di virtuosismo, lirismo e potenza espressiva. Non a caso fu definito dai suoi contemporanei “il Paganini del contrabbasso”.

Un innovatore dello strumento

Le sue composizioni concerti, fantasie operistiche, pagine cameristiche e brani solistici rappresentano ancora oggi un riferimento imprescindibile per i contrabbassisti di tutto il mondo. Bottesini seppe esplorare ogni possibilità tecnica dello strumento, ampliandone l’estensione, la cantabilità e la presenza scenica, in dialogo costante con la grande tradizione melodrammatica italiana.

Parallelamente alla carriera solistica, fu anche direttore d’orchestra di primo piano, protagonista di momenti storici come la prima esecuzione dell’Aida di Giuseppe Verdi al Cairo nel 1871.

Il Concorso Bottesini e l’eredità contemporanea

L’importanza di Giovanni Bottesini è oggi testimoniata anche dal Concorso Internazionale di Contrabbasso Giovanni Bottesini, che si svolge a Cremona e richiama giovani talenti da tutto il mondo. Il concorso rappresenta uno dei più autorevoli appuntamenti internazionali dedicati allo strumento e mantiene viva una tradizione di eccellenza che unisce ricerca tecnica, interpretazione e formazione.

Attraverso questo appuntamento, il nome di Bottesini continua a essere un punto di riferimento per le nuove generazioni, confermando il ruolo di Cremona come centro vitale della cultura musicale e strumentale.

Un patrimonio che continua a vivere

Ricordare oggi Giovanni Bottesini significa celebrare un musicista che ha saputo unire virtuosismo, innovazione e profondità espressiva, lasciando un’impronta duratura nella storia della musica. Nato a Crema e profondamente legato a Cremona, il suo percorso artistico racconta un territorio capace di generare e custodire grandi visioni musicali, ancora attuali e condivise a livello internazionale.

Un Natale in musica che unisce generazioni: il Coro Ponchielli-Vertova e le voci bianche incantano Cremona

La serata di oggi ha regalato a Cremona un momento di intensa partecipazione musicale e umana. Nella Chiesa parrocchiale di Sant’Ilario, il Concerto di Natale del Coro Lirico Ponchielli-Vertova, affiancato dalle voci bianche del Piccolo Conservatorio – Scuola Primaria Trento e Trieste, ha trasformato l’attesa del Natale in un’esperienza collettiva di ascolto e condivisione.

Il programma, interamente dedicato ai canti e alle musiche della tradizione natalizia, ha saputo creare un clima raccolto e suggestivo, alternando pagine corali di grande intensità a momenti di lirismo più intimo, capaci di restituire il senso profondo del Natale attraverso il linguaggio universale della musica.

Particolarmente significativo è stato il contributo dei bambini del Piccolo Conservatorio, le cui voci hanno portato in chiesa una luce speciale: un canto limpido, spontaneo e coinvolgente, che ha dialogato con l’esperienza del coro adulto dando vita a un equilibrio sonoro di grande delicatezza ed emozione.

La presenza delle voci bianche non è stata soltanto simbolica, ma parte integrante di un percorso educativo e artistico che mette al centro la musica come strumento di crescita, ascolto e condivisione. Un dialogo tra generazioni che, attraverso il repertorio natalizio, ha trovato una forma espressiva particolarmente autentica.

Accanto al Coro Lirico Ponchielli-Vertova e alle voci bianche, hanno contribuito alla riuscita della serata Stefania Magli e Giuseppe Tomasoni come voci soliste, Paolo Bottini all’organo, sotto la direzione di Loris Braga, che ha guidato l’ensemble con equilibrio e sensibilità, valorizzando ogni componente musicale.

Il concerto ha rappresentato non solo un appuntamento musicale di qualità, ma anche un momento di comunità, in cui il repertorio natalizio ha fatto da ponte tra tradizione, formazione e partecipazione. Un’immagine concreta di una Cremona che continua a riconoscere nella musica uno dei suoi linguaggi più identitari.

Un Natale che, a Cremona, passa anche attraverso la forza del canto condiviso.

Dal Requiem di Verdi al Concerto di Natale: il Coro Ponchielli-Vertova torna a Cremona

La musica, a Cremona, non è mai un episodio isolato. È piuttosto una trama continua che lega luoghi, interpreti e memoria collettiva. In questa prospettiva si inserisce il Concerto di Natale del Coro Lirico Ponchielli-Vertova, in programma domenica 21 dicembre nella Chiesa di Sant’Ilario, come naturale prosecuzione di un percorso artistico che ha trovato una tappa significativa nella recente esecuzione della Messa da Requiem di Giuseppe Verdi.


Il Requiem, proposto nei giorni scorsi a Cremona, ha rappresentato molto più di un appuntamento concertistico: è stato un momento di forte partecipazione, capace di restituire tutta la potenza spirituale e teatrale della partitura verdiana. In quell’occasione, il Coro Lirico Ponchielli-Vertova ha confermato una solidità interpretativa costruita nel tempo, mettendo in dialogo tradizione corale e sensibilità contemporanea.

Il Concerto di Natale si colloca su un piano diverso ma complementare. Se il Requiem era dominato da una tensione drammatica e meditativa, il programma natalizio apre invece a una dimensione più raccolta e comunitaria, dove la coralità diventa strumento di condivisione. Accanto al coro, saranno protagoniste anche le voci bianche del Piccolo Conservatorio Scuola Primaria Trento e Trieste, a sottolineare il valore formativo e intergenerazionale di un progetto che guarda al futuro senza recidere il legame con il passato.

La scelta della chiesa di Sant’Ilario come sede del concerto rafforza questa continuità: uno spazio che, per la sua dimensione e la sua collocazione, favorisce un ascolto diretto, ravvicinato, in cui il rapporto tra musica e pubblico si fa più intimo. L’ingresso libero contribuisce ulteriormente a rendere l’evento accessibile, riaffermando quella funzione sociale della musica che a Cremona ha radici profonde.

Il Concerto di Natale del Coro Ponchielli-Vertova non è dunque un semplice appuntamento stagionale, ma l’ulteriore capitolo di una storia musicale che, partendo da Verdi, attraversa la città e ne accompagna il presente. Un’occasione per ascoltare, ma anche per riconoscere nella musica uno dei linguaggi più autentici dell’identità cremonese.

Direttore Loris Braga

Antonio Stradivari, il nome che ha definito la liuteria

Antonio Stradivari (1644–1737) è una delle figure più rilevanti nella storia della musica occidentale. Il suo nome, legato in modo indissolubile a Cremona, è diventato nel tempo sinonimo di eccellenza assoluta nella costruzione degli strumenti ad arco, in particolare del violino.

La sua attività si svolse interamente a Cremona, città che tra Sei e Settecento rappresentava uno dei centri più avanzati per la liuteria europea. In questo contesto Stradivari seppe sviluppare un linguaggio costruttivo personale, frutto di una profonda conoscenza tecnica, di una sensibilità acustica fuori dal comune e di un’attenzione costante alla qualità dei materiali.

Un metodo che ha fatto scuola

Nel corso della sua lunga carriera, Stradivari realizzò oltre mille strumenti, tra violini, viole, violoncelli, chitarre e altri cordofoni. Di questi, circa seicento sono giunti fino a noi. Ciò che rende il suo lavoro ancora oggi oggetto di studio è la capacità di coniugare precisione artigianale, equilibrio formale e resa sonora.

Le sue scelte costruttive dalle proporzioni delle casse armoniche allo spessore delle tavole, dalla selezione dei legni all’uso delle vernici hanno definito un modello che continua a essere analizzato e, in parte, replicato dai liutai contemporanei. Non si tratta solo di strumenti musicali, ma di oggetti complessi in cui convivono funzione, estetica e sapere tecnico.

Antonio Stradivari

Cremona e l’eredità stradivariana

La figura di Stradivari è strettamente legata all’identità culturale di Cremona. La città conserva strumenti originali, documenti, luoghi e una tradizione liutaria riconosciuta a livello internazionale, oggi tutelata come patrimonio culturale immateriale dall’UNESCO.

L’eredità stradivariana non è soltanto storica: vive nel lavoro quotidiano dei liutai, nella formazione musicale, nella ricerca acustica e nella diffusione di un sapere che continua a evolversi. Musei, botteghe e istituzioni musicali contribuiscono a mantenere vivo un dialogo tra passato e presente, rendendo la liuteria parte integrante della vita culturale cittadina.

Un lascito che attraversa i secoli

Nel giorno in cui si ricorda la scomparsa di Antonio Stradivari, il suo nome resta un punto di riferimento universale. I suoi strumenti continuano a essere suonati sui palcoscenici più importanti del mondo e studiati come esempi insuperati di equilibrio tra arte e scienza.

Ricordare Stradivari significa riconoscere il valore di un sapere costruito nel tempo, capace di superare i confini geografici e le epoche storiche, e di continuare a parlare attraverso il suono.

“Inutile, caotico ma necessario”: nasce a Cremona il fenomeno Balera Punk

Un locale pieno, chitarre che ruggiscono, voci che si intrecciano e un’energia che non si compra: si vive. È questo lo spirito di Balera Punk, il format musicale che sta accendendo la scena underground cremonese e che, nel giro di pochi mesi, ha già conquistato un pubblico affezionato e in crescita costante.

Nato da un’idea di Mike Rosà e di un collettivo di volontari provenienti dall’ambiente punk, alternative rock e underground, Balera Punk porta nei locali che lo ospitano un’esperienza unica: un mix spontaneo di convivialità all’italiana e ribellione punk, un’ode alla libertà individuale e alla musica suonata dal vivo.


Le origini del nome e del progetto

«Il nome Balera Punk nasce come gioco», racconta Mike Rosà, ideatore e anima del format. «La balera richiama il ballo popolare, ma nel nostro caso il ballo è il pogo. Volevamo riportare quella convivialità, quella sensazione di serata italiana d’altri tempi, unita all’energia grezza del punk.»

Il format è itinerante e si costruisce insieme ai locali che scelgono di ospitarlo. Il collettivo supporta le serate sia sul piano tecnico-musicale sia attraverso una gestione social attiva e curata, diventando un vero e proprio partner del locale.


Un collettivo di “cani sciolti”

Dietro Balera Punk non c’è un’associazione formale, ma un gruppo di amici con un tratto comune: la libertà.
«Prima non eravamo neanche una compagnia fissa» continua Rosà. «Ci unisce un’attitudine indipendente, un po’ ribelle, che non sa stare dentro ai meccanismi imposti. Balera Punk ci rispecchia: è un format che promuove l’individualità e l’originalità.»

Il cuore dell’iniziativa è infatti l’underground: una realtà che non riempie piazze, ma conquista le persone una alla volta. «Il punk smuove l’individuo: questo è il suo valore.»


Perché farlo oggi

In un’epoca in cui molti eventi nascono senza passione, Balera Punk sceglie una strada diversa.
«Organizziamo per altruismo, per il genere, per la scena, per chi si fa chilometri solo per esserci» afferma Rosà. «Da Trento, Genova, Parma… abbiamo incontrato persone vere, che ci ricordano perché vale la pena continuare.»

È per questo che Rosà definisce Balera Punk in tre parole: inutile, caotico, ma necessario. Necessario perché offre un luogo autentico in cui ritrovarsi, riconoscersi e appartenere.


Il pubblico: libero, eterogeneo, allergico ai cliché

Il pubblico della Balera Punk è vario, sebbene oggi tocchi soprattutto la fascia 30–50 anni: generazioni cresciute con le sonorità del punk e dell’alternative rock.
Molti arrivano da soli, mossi da curiosità o desiderio di libertà. «Sono persone indipendenti, non trascinate dalle mode. E proprio questa loro autenticità ci spinge a portare avanti il progetto.»


Una funzione sociale mascherata da concerto

Balera Punk è anche un’alternativa culturale e sociale: un antidoto alla routine della movida delle piccole città.
«Vogliamo accendere una scintilla. Magari qualcuno, dopo una nostra serata, decide di comprarsi un disco o di tornare a suonare. Per noi questo è sociale: far nascere passione.»

Il collettivo guarda anche oltre: nuove collaborazioni e progetti condivisi con il Comune e con i locali sono già in preparazione.


Il sogno

Pur restando fedele al motto “No Future”, Rosà ammette un desiderio personale: che Balera Punk possa diventare, per qualcuno, ciò che anni fa fu per lui il collettivo degli “Amici di Roby”, che gli restituì spirito, voglia di vivere e senso di appartenenza.

«Se un giorno qualcuno dirà che Balera Punk gli ha cambiato qualcosa dentro, come è successo a me, allora il sogno sarà realizzato.»


Prossimi appuntamenti

Il format continua la sua collaborazione con il locale NoName (ex Median), portando a Cremona, ogni mese, musica vera, indipendente e sudata.

Good Cellas conquista la Sala Maffei

La Sala Maffei ha ospitato ieri il concerto “Good Cellas”, appuntamento promosso dalla Fondazione Casa Stradivari nell’ambito della residenza artistica che ha portato a Cremona il violoncellista Jean-Guihen Queyras insieme a undici giovani musicisti della Hochschule für Musik di Friburgo.
A rendere la serata particolarmente significativa è stata la presenza del violoncello Stradivari “Kaiser” del 1707, strumento storico di proprietà del Canimex Group del Québec, tornato in città per la prima volta dalla sua realizzazione e affidato temporaneamente a Queyras.

Il programma ha proposto un percorso eterogeneo, con musiche di Dowland, Monteverdi, Britten, Bruckner, Verdi e Puccini, costruito su un’idea di continuità timbrica più che su un approccio virtuosistico. L’ensemble ha lavorato con un suono compatto e controllato, privilegiando precisione e ascolto reciproco. Queyras ha guidato il gruppo con una direzione discreta, concentrata sull’equilibrio delle voci e sulla definizione del colore sonoro.

Un contributo importante alla fruizione del concerto è arrivato da Francesco Tamburini, unico italiano dell’ensemble, che ha introdotto ciascun brano con spiegazioni concise e puntuali, fornendo al pubblico un orientamento utile senza interferire con il flusso della serata.

Nel corso del concerto, un momento particolarmente intenso è stato offerto dall’interpretazione di “Chant du ménestrel” (Il canto del menestrello) di Aleksandr Glazunov. Queyras ha proposto la linea melodica con un fraseggio ampio e controllato, restituendo al brano una dimensione lirica che ha trovato risalto nella timbrica definita del “Kaiser”. La fusione tra la voce dello strumento e la sensibilità interpretativa del musicista ha creato un’atmosfera di notevole coinvolgimento emotivo, percepita chiaramente dal pubblico in sala.

Il concerto concludeva una settimana di attività che comprendeva anche una masterclass aperta al pubblico, parte integrante del progetto di residenza. Gli undici giovani violoncellisti, già allievi di Queyras a Friburgo, hanno potuto confrontarsi con un lavoro approfondito su repertorio e tecnica, offrendo a studenti, cittadini e curiosi l’occasione di osservare da vicino il processo formativo.

La serata conferma la linea culturale intrapresa dalla Fondazione Casa Stradivari, che continua a coniugare alta formazione, divulgazione e proposte artistiche di valore. Un appuntamento sobrio, ben costruito e rispettoso della tradizione liutaria cremonese, amplificato dal ritorno in città di un violoncello che, dopo più di tre secoli, ha ritrovato il luogo in cui è nato.

Good Cellas: Jean-Guihen Queyras e i Violoncellisti di Friburgo incantano Cremona

L’eccellenza della grande musica internazionale incontra la magia della Festa del Torrone

Nel cuore di una Cremona già animata dai profumi, dalle luci e dall’energia della Festa del Torrone 2025, arriva un evento che aggiunge un tocco di poesia e di altissima arte musicale al calendario culturale della città: “Good Cellas”, il concerto della Fondazione Casa Stradivari con protagonista il celebre violoncellista Jean-Guihen Queyras insieme ai violoncellisti di Friburgo.

Un appuntamento imperdibile, in programma giovedì 14 novembre 2025 alle ore 19:00 nella suggestiva Sala Maffei (Via Lanaioli 7), che porterà a Cremona un ensemble raro e raffinato, capace di trasformare il violoncello in un’orchestra di emozioni.


Jean-Guihen Queyras: un maestro che incarna l’eccellenza

Considerato uno dei massimi violoncellisti della scena internazionale, Jean-Guihen Queyras è un artista che unisce tecnica sopraffina, sensibilità poetica e un’inesauribile curiosità musicale.
Acclamato dalle sale da concerto di tutto il mondo, Queyras è noto per la sua capacità di dare voce al violoncello con una purezza e una profondità emotiva uniche.

La sua presenza a Cremona, capitale mondiale della liuteria, è un omaggio alla tradizione che lega questa città ai grandi strumenti ad arco. Incontro perfetto tra arte, storia e contemporaneità.


Un programma che attraversa i secoli

“Good Cellas” propone un viaggio sonoro che unisce epoche, stili e sensibilità diverse:
Dowland, Ferrabosco, Britten, Monteverdi, Wagner, Bruckner, Verdi, Puccini, Glazunov, Siedelmann, Keating.

Un mosaico musicale che celebra la versatilità del violoncello e che promette di emozionare il pubblico con atmosfere intime, colori sinfonici e raffinate armonie.


Masterclass a porte aperte: un’occasione rara

La Fondazione Casa Stradivari offre anche un altro regalo prezioso:
una giornata di masterclass a porte aperte il 12 novembre 2025, sempre in Sala Maffei, con due sessioni dalle 10:00 alle 12:00 e dalle 15:00 alle 17:00.

Un’opportunità straordinaria per studenti, curiosi, appassionati e musicisti di assistere da vicino al lavoro del maestro e dei violoncellisti di Friburgo.
Un momento educativo e ispirazionale che rispecchia pienamente la missione della Fondazione: rendere la musica viva, condivisa e accessibile.


Musica e Festa del Torrone: il connubio perfetto

Il concerto si inserisce nella settimana della Festa del Torrone, uno degli eventi più amati di Cremona, attirando ogni anno migliaia di visitatori.
Una combinazione perfetta:

  • al mattino e nel pomeriggio, le vie della città si animano con spettacoli, degustazioni, installazioni e tradizioni;
  • alla sera, la magia della musica prende il sopravvento nella quiete elegante di Sala Maffei.

Un’occasione unica per vivere Cremona nella sua essenza più vera:
tradizione gastronomica, cultura musicale e accoglienza autentica.


Fondazione Casa Stradivari: custode del suono cremonese

L’evento rappresenta un ulteriore tassello nel percorso della Fondazione Casa Stradivari, realtà impegnata a valorizzare la tradizione liutaria cremonese attraverso iniziative di altissimo profilo, concerti, formazione e ricerca.

Portare a Cremona artisti del calibro di Queyras significa mantenere viva la vocazione della città: essere la casa del suono, il luogo dove passato e futuro della musica si incontrano.

Sergej Krylov e Fazil Say protagonisti al Museo del Violino

Un incontro straordinario tra talento, emozione e innovazione musicale

Cremona si prepara ad accogliere uno degli appuntamenti più attesi della stagione concertistica: il Krylov Violin Project, in programma domenica 26 ottobre alle ore 21 al Museo del Violino.

L’evento rientra nel cartellone di STRADIVARIfestival – La Stagione, la rassegna che ogni anno porta nel cuore della città i più grandi protagonisti della musica internazionale, celebrando l’eredità di Antonio Stradivari e la tradizione liutaria cremonese.


Un dialogo tra due giganti della scena musicale

Sul palco si incontreranno Sergej Krylov, violinista di fama internazionale profondamente legato a Cremona, e Fazil Say, pianista e compositore turco tra i più originali e visionari del nostro tempo.

La loro collaborazione dà vita a un dialogo artistico che unisce virtuosismo, sensibilità e libertà interpretativa: due linguaggi diversi che si fondono in un’unica, travolgente espressione musicale.

Il programma del concerto attraversa Schumann, Bartók, Wagner e le composizioni dello stesso Fazil Say, offrendo al pubblico un viaggio tra i grandi classici europei e la contemporaneità più sorprendente.


Sergej Krylov, una storia che passa per Cremona

Nato a Mosca in una famiglia di musicisti, Sergej Krylov ha trovato in Cremona una seconda casa artistica.
Il suo rapporto con la città della liuteria non è solo professionale, ma anche affettivo: qui, dove la perfezione del suono è cultura viva, il violinista esprime al meglio la sua ricerca di purezza timbrica e intensità espressiva.

Oggi Krylov è considerato tra gli interpreti più raffinati del panorama internazionale, con collaborazioni prestigiose con orchestre come la Filarmonica della Scala, la London Philharmonic e l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

Accanto a lui, Fazil Say, artista capace di superare i confini tra generi e stili, alterna l’interpretazione pianistica alla composizione di opere che uniscono le radici musicali turche alla tradizione occidentale.
Il risultato è un dialogo dinamico, profondo e imprevedibile — esattamente come la musica dovrebbe essere.


Cremona, la città che fa vibrare la musica

Con il STRADIVARIfestival, Cremona si conferma capitale mondiale della liuteria e laboratorio d’eccellenza per la musica contemporanea.
Ogni concerto diventa un invito a scoprire non solo l’arte del suono, ma anche il patrimonio culturale e architettonico di una città unica al mondo: i palazzi storici, le botteghe dei maestri liutai, le piazze che ancora oggi risuonano della genialità di Stradivari.

Vivere un concerto al Museo del Violino significa entrare nel cuore stesso della musica, in un luogo dove passato e futuro si incontrano in perfetta armonia.


Scopri di più

Tutti i dettagli sul programma di STRADIVARIfestival e le modalità di prenotazione sono disponibili su 👉 www.stradivarifestival.it

Per chi ama la musica, Cremona è più di una meta: è un’esperienza da vivere con tutti i sensi.

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Soncino celebra i 40 anni di Ladyhawke: rievocazione storica e spettacolo teatrale

Era il 12 aprile 1985 quando Ladyhawke, diretto da Richard Donner, arrivava nelle sale cinematografiche americane. Sono passati quarant’anni da quell’uscita che, pur non ottenendo all’epoca gli incassi sperati, ha consegnato al cinema un piccolo capolavoro fantasy destinato a entrare nel cuore degli spettatori. Girato interamente in Italia, tra Soncino, Castell’Arquato, Vigoleno, Torrechiara e le Dolomiti, il film ha trasformato borghi e castelli medievali in scenari mitici e senza tempo.

All’uscita, Ladyhawke incassò poco più di 18 milioni di dollari a fronte di un budget superiore ai 20 milioni, numeri considerati deludenti per un kolossal di quelle proporzioni. Eppure, con il passare degli anni, la pellicola ha conquistato un pubblico sempre più vasto e affezionato, diventando un cult del genere fantasy. La sua forza narrativa e visiva, unita a un cast d’eccezione – Rutger Hauer, Michelle Pfeiffer, John Wood e Matthew Broderick – ha permesso a questo film di superare il tempo e di rimanere vivo nell’immaginario collettivo.

Il film ottenne anche due candidature agli Oscar, per il miglior sonoro e il miglior montaggio sonoro, senza però aggiudicarsi alcuna statuetta. Ma più dei premi fu l’impatto emotivo a lasciare il segno: la storia struggente di Etienne Navarre e Isabeau d’Anjou, amanti divisi da un maleficio che li condanna a trasformarsi rispettivamente in lupo e falco, continua ancora oggi a emozionare spettatori di ogni età.

Il viaggio di Donner e la scelta di Soncino

La selezione delle location avvenne nel 1983, quando Richard Donner e alcuni collaboratori percorsero l’Europa a bordo di un pullmino alla ricerca dei luoghi ideali per ambientare la vicenda. La prima opzione fu la Cecoslovacchia, seguita dalla Spagna. Ma fu l’Italia a conquistare il regista. A Soncino, in particolare, Donner rimase colpito dalla maestosità della Rocca Sforzesca, dal fossato e dallo stato di conservazione del borgo cremonese.

Nonostante la trama presenti richiami linguistici e toponomastici di origine francese (la città-fortezza di Aguillon, ad esempio), il film venne girato interamente in Italia. Ladyhawke prese così forma tra castelli, chiese e borghi medievali, mescolando architetture reali in un “patchwork” cinematografico: il Castello di Torrechiara per gli interni, Castell’Arquato per le scene dell’impiccagione e delle processioni, Soncino per la fuga del giovane Philippe Gaston. Alcune riprese vennero realizzate anche tra i panorami mozzafiato delle Dolomiti.

La Rocca di Soncino e il cinema

La Rocca Sforzesca di Soncino divenne una delle location chiave. Nel film è la fortezza da cui fugge Philippe (Matthew Broderick) attraverso le fogne, scampando all’impiccagione ordinata dal Vescovo di Aguillon. Per l’occasione, il fossato del castello fu riempito d’acqua, conferendo ulteriore realismo alla sequenza. Le mura, i cortili e i passaggi della Rocca ritornano più volte nel corso della pellicola, rendendo Soncino riconoscibile a chiunque conosca la sua architettura.

Non è la prima volta che la Rocca di Soncino fa da set: già in passato era stata scelta per sceneggiati televisivi come Marco Visconti (1975) e Camilla (1976), e più tardi per il film di Ermanno Olmi Il mestiere delle armi (2001). Ma è proprio grazie a Ladyhawke che Soncino è entrato a pieno titolo nella storia del cinema, legandosi per sempre a un’opera amata in tutto il mondo.

Il 40° anniversario: Soncino torna set

Quarant’anni dopo, il borgo celebra questo legame con una rievocazione storica a tema Ladyhawke, che culminerà in uno spettacolo teatrale.

  • Adattamento e regia: Miriam Ghezzi
  • Direzione artistica: La Gilda delle Arti
  • Con: Martina Algeri, Giovanni Fiorinelli, Miriam Ghezzi, Daniele Tirloni, Stefano Tirloni

Lo spettacolo, in scena sabato 4 ottobre alle 21.30, farà rivivere la leggenda di Navarre e Isabeau, trasformando ancora una volta il Castello di Soncino in un palcoscenico a cielo aperto. Sarà un’occasione unica per immergersi nelle atmosfere medievali che hanno reso il film indimenticabile, tra mito, romanticismo e avventura.

Un omaggio al cinema e al territorio

Questa celebrazione non è solo un tributo a Ladyhawke, ma anche un’opportunità per valorizzare Soncino come borgo medievale di grande fascino e meta di turismo culturale. Eventi come questo mostrano come il cinema possa diventare uno strumento di promozione territoriale, riportando alla luce la storia di un film che – pur nato con difficoltà – è riuscito a conquistare il cuore degli spettatori e a diventare un cultrando come il cinema e il patrimonio culturale possano dialogare e arricchirsi a vicenda.

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Assaporando la storia di Renzo e Lucia: il Castello di Pandino diventa teatro vivente

La sera del 26 settembre 2025, le antiche mura del Castello Visconteo di Pandino si sono trasformate in un palcoscenico d’eccezione per “Assaporando la storia di Renzo e Lucia”, un evento capace di unire teatro, letteratura e gastronomia. Non un semplice spettacolo, ma un’esperienza immersiva che ha riportato in vita le pagine immortali de I Promessi Sposi.

Manzoni prende vita tra le mura del castello

Grazie al soggetto e alla sceneggiatura firmati da Susi Gabellini, il pubblico ha potuto vivere la sensazione di camminare dentro il romanzo di Alessandro Manzoni. Renzo e Lucia non erano più figure lontane studiate sui libri di scuola: erano lì, in carne e ossa, a pochi passi dagli spettatori, pronti a confidare i loro dubbi, a condividere la loro fede e a coinvolgere i presenti nel loro amore travagliato.

Ogni sala, ogni cortile del castello è diventato un capitolo vivente, dove le parole manzoniane hanno trovato nuova voce e nuova forza.

Gli attori, veri protagonisti della magia

Il successo dell’esperienza è stato merito anche della bravura degli attori, che hanno dimostrato un’abilità straordinaria nell’adattarsi al pubblico e agli spazi. Il loro recitare “a un palmo di naso” dagli spettatori ha richiesto naturalezza, improvvisazione e sensibilità. Ogni sguardo, ogni gesto ha contribuito a creare un dialogo intimo, abbattendo la distanza tra chi raccontava e chi ascoltava.

Gli attori non hanno semplicemente interpretato dei personaggi: li hanno incarnati, rendendo vivo il conflitto interiore di Lucia, la passionalità impetuosa di Renzo e le atmosfere intrise di storia e fede che caratterizzano il capolavoro manzoniano.

Un finale da gustare

Come suggello dell’esperienza, al termine del percorso gli spettatori hanno potuto degustare piatti lombardi citati nel romanzo, unendo così alla vista e all’udito anche il gusto. Un dettaglio che ha reso l’evento davvero multisensoriale, capace di toccare corde profonde della memoria e della tradizione.

Cultura che fa comunità

Il valore dell’iniziativa non si è fermato al piano artistico: l’intero ricavato dell’evento è stato devoluto a sostegno di progetti sociali legati al settore giovanile, agroalimentare e culturale, sottolineando ancora una volta come la cultura possa farsi strumento di crescita e coesione.

Complimenti all’organizzazione

Un plauso speciale va all’Associazione Milk e al suo presidente Natan Somenzi, che con passione e lungimiranza hanno saputo immaginare, organizzare e realizzare un evento di così alto livello. La loro capacità di intrecciare teatro, storia e territorio ha reso Pandino il cuore pulsante di una serata indimenticabile.

Un’esperienza da ripetere

“Assaporando la storia di Renzo e Lucia” non è stato solo uno spettacolo, ma un vero viaggio nel tempo che ha permesso di riscoprire la grandezza di Manzoni e la modernità dei suoi temi. Gli applausi finali non hanno salutato solo gli attori, ma anche l’idea di un teatro che si reinventa, che emoziona e che lascia il segno.

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